Banking: i 5 pilastri dell’innovazione

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Le dirigenze di banche e istituti di credito hanno bisogno, ora più che mai, di stare al passo con la tecnologia in rapida evoluzione

Gli amministratori delle banche devono tenere il passo con l’inarrestabile innovazione tecnologica. Sono ormai dozzine le novità che negli ultimi anni hanno progressivamente cambiato volto al settore del credito e altre se ne aggiungeranno nei prossimi anni. Se insomma fino a una generazione fa l’innovazione era un problema per pochi professionisti, oggi la questione è di urgente attualità per l’intera prima linea. Lo dimostra una recente ricerca della Economist Intelligence Unit (EIU) di Temenos, noto sviluppatore di software per il sistema bancario che ha acceso un faro sulle cinque macro aree prospetticamente più impattanti per il comparto, non solo per la loro capacità di cambiare l’approccio del cliente, ma anche per le numerose ricadute industriali, regolamentari e perfino politiche.

Open banking. L’entrata in vigore della direttiva PSD2 fa per il momento dell’open banking una problematica europea, ma non c’è dubbio che a tendere il nuovo approccio coinvolgerà gran parte del sistema a livello globale. L’idea di fondo è il passaggio dal concetto di banca come servizio a quello di banca come piattaforma, dove oltre agli operatori tradizionali giocheranno un ruolo chiave anche nuovi soggetti come le fintech e i fornitori di tecnologie. Una contaminazione che, nelle intenzioni dei regolatori, dovrebbe andare soprattutto a beneficio del cliente che potrà scegliere tra una pluralità di offerte in un mercato più concorrenziale di quello attuale.

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Invisible banking. Il termine è stato coniato dalla società di consulenza Capgemini per indicare la sempre più stretta integrazione tra istituzioni finanziarie e clientela nella vita di tutti i giorni. A spingere in questa direzione è soprattutto la facilità di accesso delle nuove tecnologie che consentono tempi di risposta molto più rapidi rispetto ai canali tradizionali. Non è un mistero che colossi tecnologici come Alibaba siano in grado di erogare un finanziamento per il circolante in qualche ora, mentre alcune fintech negli USA possono mettere a disposizione un mutuo in otto minuti. Una sfida non da poco conto per gli istituti che hanno ancora un approccio tradizionale alla clientela.

Assistenti virtuali e smart speaker. Secondo una recente indagine di Edison Research il 21% degli americani già possiede un altoparlante intelligente (o smart speaker), mentre la diffusione complessiva di device vocali è cresciuta del 78% rispetto all’anno scorso. Questi dati sono sufficienti a dare un’idea delle dimensioni del fenomeno e della pressione competitiva a cui sono soggette le banche in quest’area. Per rispondere a questo trend alcuni gruppi hanno già messo in campo soluzioni come BofA, Capital One, U.S. Bank, USAA e Barclays, ma molto resta ancora da fare soprattutto rispetto ai big tech come Amazon.

Intelligenza artificiale. Oggi il comparto più attivo nell’introdurre soluzioni di intelligenza artificiale a livello internazionale e italiano è il finance (banking e insurance), favorito principalmente dalla possibilità di conoscere in modo molto più approfndito i clienti. Alla luce di questo contesto i principali ambiti di applicazione riguardano l’Intelligent Data Processing (35%), servizi che utilizzano algoritmi di intelligenza artificiale per ricavare informazioni e avviare azioni basate sulle informazioni estratte, e i Virtual Assistant o Chatbot (25%), agenti software in grado di interagire con un interlocutore umano per eseguire un’azione o offrire un servizio.

Formazione. Secondo un recente report di McKinsey entro il 2030 circa 375 milioni di lavoratori nel mondo (circa il 14% della popolazione attiva) saranno coinvolti in processi di digitalizzazione e automazione legati all’adozione di nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale. Il settore finanziario sarà naturalmente una delle aree più interessate dal cambiamento, anche se per il momento a investire pesantemente in formazione è ancora uno sparuto numero di istituti. Peraltro nemmeno formazione non potrà fare miracoli. La survey di McKinsey rivela che per l’83% dell’aziende la formazione coprirà solo la metà del gap di talenti generato dalla rivoluzione digitale. Sarà insomma indispensabile attrarre nuove risorse umane dall’esterno, soprattutto dalle università e dai grandi gruppi tecnologici.

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